Allenamento, il prezzo di rinunciarci

Allenamento, il prezzo di rinunciarci

Di Valentina Penati

Non è un capriccio. Non è una presa di posizione. E non è nemmeno incoscienza o negazionismo.

In questi giorni stiamo ballando la danza dell’attività sportiva SI/attività sportiva NO in relazione all’emergenza sanitaria dovuta all’aumento dei casi di Coronavirus.

E dopo aver messo a terra (sulla neve?!) diverse soluzioni e modelli per la garanzia della dovuta sicurezza degli atleti, il mondo dello sport si trova davanti a un nuovo stop. Per carità, nessuno nega l’emergenza e la gravità della situazione italiana e mondiale, ma forse piuttosto che bloccare e fermare tutto si dovrebbe fare sistema e attuare soluzioni. Soluzioni peraltro in buona sostanza già attuate, perchè mi pare non ci siano evidenze di focolai nei contesti sportivi.

E, ribadisco, non è una presa di posizione. Ma un ragionamento che va nella direzione della garanzia di un bisogno che, al pari di quello della cura e della salute, ha una primaria dignità a livello giovanile: quello della formazione. Una formazione globale che tange aspetti quali l’impegno, la costanza, il sacrificio, l’adesione alle regole, lo sviluppo delle competenze relazionali e la cura della salute fisica e psichica. Tutti aspetti che costruiscono la personalità, il carattere e la cultura interpersonale dei ragazzi.

Il significato dell'allenamento

La possibilità di allenarsi e di praticare la propria disciplina sportiva non ha solo una natura e una giustificazione puramente motoria. L’allenamento ha un significato molto più ampio e profondo. L’allenamento è l’attualizzazione di un sogno che si è evoluto in obiettivo. Ha in sé il potenziale di tracciare la strada che dal sogno conduce verso l’obiettivo prefissato. Un sogno e un obiettivo che in questo tempo sospeso faticano a trovare spazio, a materializzarsi e, in alcuni casi, anche solo a essere pensati. In questo senso l’allenamento trasforma ciò che si idealizza in un progetto incarnato, fatto di tappe intermedie, di cadute, di pali in faccia e di curve ben tirate. Avere un obiettivo in questo momento è un lusso, non acquisito per diritto di nascita, ma scelto, identificato e costruito nel tempo. Nonostante tutto.

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Quale obiettivo?

Che poi, che ci si creda o no, non immaginiamo che per i nostri ragazzi l’obiettivo sia necessariamente quello di diventare atleti vincenti. Quello è il dato fenomenologico, più immediatamente verbalizzabile, ma che sottende bisogni che si muovono su di un piano (non ancora) consapevole, come è giusto che sia. Per i nostri ragazzi, fortunatamente (e in questo dovremmo imparare da loro), l’obiettivo è molto più sfaccettato. L’obiettivo dei giovani atleti è principalmente quello di esserci, di affermasi in e attraverso quello che si fa. Ed è quello di sentirsi competenti, di costruire la propria efficacia percepita e di sviluppare strategie che permettano l’attivazione dei processi di adattamento e di realizzazione personale. L’obiettivo è anche quello di essere parte di un gruppo, ossia, in termini psicologici, di identificarsi in un contesto sociale in cui sentono di poter esprimere e, al contempo, articolare la propria identità e la narrazione di se stessi nel mondo.

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Dal pensiero all'azione

E tutto questo passa attraverso il fare. Fare allenamento. Allenarsi, diciamocelo, non è una passeggiata di salute. Richiede continuità, impegno, tenuta fisica ed emotiva. Dimensioni che se trovano spazio, contesto e interlocutori, vanno a consolidarsi e a organizzarsi entro strutture di personalità armoniche, solide e resilienti.

Negare le possibilità di allenamento corrisponde a sbriciolare i sogni e gli obiettivi di una generazione che ha avuto in sorte questi tempi difficili. A tale generazione dobbiamo un risarcimento che non potrà certamente concretizzarsi nella restituzione di un tempo perduto, ma nell’offerta di possibilità alternative, certamente meno libere del passato, ma rispettose delle tanto naturali quanto preziose esigenze evolutive.

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